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Rockability e il Distretto di Turismo Lento e Responsabile di Roccaporena

Confronto, condivisione di intenti, partecipazione, empowerment e rigenerazione dei luoghi e delle persone. Sono queste le parole chiave di Rockability: un progetto, o meglio, un percorso trasformativo innescato da uno staff di esperti di sviluppo locale partecipato e da alcune organizzazioni raccolte in una ATS, che ha saputo in pochi mesi coinvolgere un’intera comunità.

Ci troviamo nel territorio umbro di Roccaporena, nel primo Distretto italiano di Turismo Lento e Responsabile, nato dalla convinzione che in ogni comunità di persone siano presenti saperi, conoscenze, esperienze e competenze dalle quali partire per percorrere nuove strade di valorizzazione e sviluppo sostenibile delle aree interne, fortemente minacciate dallo spopolamento e dalla conseguente perdita delle tradizioni e della cultura locale.


Formazione lungo i sentieri – Rockability

Il turismo di prossimità, in questo periodo di pandemia da Covid-19, si presenta come una nuova opportunità per valorizzare e aggregare l’esperienza di chi ospita (i cittadini residenti) e di chi è ospitato e ricerca emozioni personali e non preconfezionate e omologate (i cittadini temporanei). “Lontani dal turismo di massa, vicini alle persone” è lo slogan con cui il distretto ha scelto di presentarsi alla Borsa Italiana del Turismo Cooperativo ed Associativo 2020 mettendo in luce il valore fondante della relazione. Abbiamo avuto la fortuna di parlarne direttamente con Alfonso Raus, co-ideatore e co-coordinatore del progetto.


Qual è il messaggio che avete voluto trasmettere con il nome “Rockability”?Abbiamo voluto esplicitare da subito la “postura”, il “movimento” con cui caratterizzare lo sviluppo del progetto che è fondamentalmente un processo in un contesto le cui particolarità storico-culturali e naturalistiche diventano gli agganci in termini di connessioni con il territorio. Da un lato, quindi, il richiamo a Roccaporena, alla roccia che è elemento naturale e simbolico (lo scoglio di S.Rita), dall’altra la prospettiva dell’abilitazione, cioè della centralità del confronto, dell’emersione di risorse e saperi diversi, attraverso la creazione di uno spazio collettivo inteso come opportunità di apprendimento reciproco e di capacitazione dei soggetti coinvolti.


Lo spazio di azione del progetto ruota intorno al ruolo di quella che avete chiamato “comunità di riferimento”. Come viene concepito e tradotto il concetto di comunità?

L’uso del termine “comunità di riferimento” è motivato dal fatto di collocare questo intervento di rigenerazione e di trasformazione territoriale nel contesto dei “beni comuni”. Lo spazio dove ci si ritrova è considerato un “bene in comune” che si alimenta grazie a una comunità che gli attribuisce continuamente un senso e un valore.

Quello che stiamo sperimentando è un soggetto collettivo “ponte” tra la comunità locale e le risorse e competenze esterne. L’obiettivo di questo soggetto collettivo è, per esempio, di provare a garantire un livello adeguato di motivazione e di senso nello stare nel sistema e nell’esserne parte attiva; di ritrovarsi su alcuni valori e riferimenti culturali condivisi; e di ambire a una finalità generale.


Progetto Rockability - ecosistema di partecipazione attiva e di codesign territoriale per lo sviluppo di pratiche collaborative di comunità (Alfonso Raus)

Come affrontate il rapporto con la comunità locale?

La sfida è quella di renderla consapevole e al contempo protagonista, rispetto alla capacità di dare valore effettivo al patrimonio materiale e immateriale locale in relazione ad una visione futura condivisa. Tuttavia, una conoscenza “emancipatoria” e le stesse pratiche di partecipazione, necessitano di tempo e percorsi di avvicinamento da parte dello staff che agisce in termini di animazione territoriale. Inoltre, significa dare grande rilevanza alle relazioni e agli incontri anche informali, e adottare una metodologia flessibile che possa essere messa in discussione e riorientata strada facendo.


A partire da queste basi metodologiche, da cosa nasce l’idea di un Distretto di Turismo Lento e Responsabile e quali sono stati gli elementi distintivi del territorio che hanno favorito lo sviluppo di un’offerta turistica di qualità ed esperienziale?

L’idea di Distretto parte sia dalla rilevazione di condizioni territoriali e anche di alcune pratiche di accoglienza turistica orientate al turismo lento, responsabile, sostenibile presenti localmente; sia dalla necessità di porre una “cornice” di riferimento in cui aspirazioni e necessità dettate dalle dinamiche generali del turismo, trovino uno spazio di aggregazione e di azione coordinata.

Il nostro approccio parte dalla constatazione che, in un dato contesto territoriale e aggregativo, non è sufficiente avere a disposizione risorse e opportunità se i soggetti coinvolti non hanno la possibilità di apprendere e padroneggiare le necessarie capacità per cogliere tali risorse e per utilizzarle in chiave di trasformazione ed emancipazione.


Qual è il ruolo della piattaforma digitale Territori Intraprendenti che avete sviluppato a supporto del progetto?

La piattaforma che abbiamo attivato ha una doppia interfaccia: da un lato mette a disposizione della comunità di riferimento strumenti e occasioni per co-progettare e sostenere iniziative condivise, dall’altra offre un repertorio di iniziative per vivere in modo gratificante e sostenibile il territorio. In sostanza, il capitale sociale territoriale si sviluppa e alimenta progressivamente fino a diventare “offerta” per i cittadini autoctoni e i cittadini temporanei.


In base alla vostra esperienza del Distretto di Turismo Lento e Responsabile – primo nel suo genere – quali sono gli elementi chiave che suggerisce per lo sviluppo di questo tipo di progettualità in altri contesti simili?

Credo sia centrale l’orientamento all’impatto sociale: Rockability è dentro un laboratorio promosso da Open Impact e la Regione Umbria per lo sviluppo di un modello per la valutazione dell’impatto sociale. Inoltre, sono fondamentali effettive pratiche di co-design per lo sviluppo territoriale partecipato. Ed infine, occorre costituire una comunità di riferimento basata su legami di solidarietà e di reciprocità specifica (bonding) e identità e reciprocità più ampie (bridging).


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di Erica Negro