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Cosa è cambiato dopo la tragedia di Rana plaza di sei anni fa?

Cosa vi viene in mente quando sentite il termine Rana Plaza? Purtroppo, a molti di noi, viene tristemente in mente solo il ricordo di quel maledetto 24 Aprile 2013, quando crollò la Fabbrica tessile di otto piani che causò più di 1000 morti e 2500 feriti, di cui quasi il 70% erano donne.

Il Bangladesh era paese con il più basso salario minimo per i lavoratori tessile. In paesi come il Bangladesh, la qualità del lavoro scarseggia sempre di più. Questo fatto costringe i lavoratori ad accontentarsi di qualsiasi tipo di lavoro e spesso a lavorare in condizioni pessime senza garanzie, tutele e legittimazioni.

Dopo questo episodio, Carry Somers e Orsola De Castro, noti stilisti Inglesi, pensarono che era giunta l’ora di porre fine a un settore per cui l’unico scopo era la massimizzazione del fare profitto senza prendere in considerazione le condizioni, la sicurezza ed il benessere dei lavoratori. Per questo motivo nasce “Fashion Revolution”.

Fashion Revolution è un movimento mondiale senza finalità di lucro, che mira a far sì che i “brand”, oltre al profitto, tengano conto anche di fattori ambientali e sociali.

Fashion Revolution nasce per mettere fine non solo alle ingiustizie a livello sociale generate da questo settore, ma anche all’impatto negativo a livello ambientale che ha sul pianeta.

Fashion Revolution crede in un mondo che valorizza i lavoratori, il pianeta, le persone, la creatività, la distribuzione dell’utile in parte equa, dando spazio alla trasparenza e alla tracciabilità della filiera.

Fashion Revolution coinvolge persone in più di 100 paesi: designer, accademici, scrittori, imprenditori, politici, marchi, rivenditori, operatori di marketing, produttori, lavoratori, amanti della moda.

Fashion Revolution pensa che non ci possa essere una filiera dove non vengono tenuti in considerazione i diritti umani, le condizioni dei lavoratori ed il modo in cui vengono realizzati i capi. Da questa necessità nasce Fashion Revolution day, una giornata annuale per ricordare le vittime del collasso di Rana Plaza.

Dal 2016 Fashion Revolution pubblica Fashion Transparency Index (FTI), un indice per definire l’approccio di trasparenza da parte delle grandi marche dell’industria del tessile. Oggi FTI conta più di 200 Marchi, di cui 70 grandi marche e il 35% pubblicano le loro liste di stabilimento di almeno la prima filiera dove i capi sono tipicamente tagliati, cuciti e rifilati. Il numero continua ad aumentare, considerando il fatto che siamo partiti da 40 nel 2016 arrivando a 150 nel 2017.

La mancanza di trasparenza costa vite, diritti umani, non permette migliori condizioni di lavoro e non assicura un adeguato ambiente di lavoro. Questo è riferito al fatto che la trasparenza è essenziale; trasparenza vuol dire commercio equo, benessere, salario minimo garantito, uguaglianza di genere, responsabilità delle aziende, mezzi di sussistenza sostenibile, migliore condizione lavorative e sostenibilità ambientale.

Fashion Revolution ritiene che la trasparenza sia il primo passo per trasformare il settore e inizia con una semplice domanda: chi ha fatto i miei vestiti?

La moda è reinvenzione, creazione, ricreazione e non distruzione; per questo motivo, Fashion Revolution chiede trasparenza, per questo dobbiamo chiedere ai brand #Whomademyclothes e domandare sempre trasparenza nella filiera, per garantire un’industria giusta, sostenibile, ma soprattutto sicura.


Di Bernice Boakye Dufie