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Coronavirus: la moda etica scende in campo per l’emergenza

L’emergenza Coronavirus sta cambiando non solo le nostre abitudini di vita, ma anche quelle di molte aziende che sono costrette ad adottare nuove tipologie organizzative per portare a termine le loro attività lavorative e, in alcuni casi, a cambiare il loro business model per rispondere alle esigenze del mercato attuale. Abbiamo approfittato dell’occasione per parlare con Fabrizio Urettini, il responsabile di Talking Hands – con le mani mi racconto, una cooperativa sociale di Treviso, che si occupa di collaborare con i richiedenti d’asilo, tramite un progetto di laboratorio sociale finalizzato alla responsabilizzazione. Lo scopo di questo laboratorio di innovazione sociale è quello di sensibilizzare il territorio attraverso i racconti dei richiedenti d’asilo sulle loro esperienze di vita, i loro viaggi, le loro difficoltà e i loro sogni.


1. Fabrizio ci puoi spiegare com’è nato il laboratorio Talking Hands?

Talking Hands è un laboratorio permanente di design e innovazione sociale. Nato nel 2016, incoraggia i partecipanti a usare l’attività progettuale e manuale come forma di narrazione delle proprie biografie, dei luoghi di provenienza, dei viaggi compiuti e dei propri sogni. Nel corso degli ultimi anni, Talking Hands si è rivelato un importante strumento d’inclusione sociale. Qui non solo si apprendono nuove abilità e mestieri che potranno servire in futuro, ma si danno occasioni di lavoro con designer riconosciuti, si producono e si vendono oggetti e si partecipa a iniziative di solidarietà dentro una rete di soggetti associativi e gruppi informali. 2. Quante collezioni contate finora?

Al momento abbiamo attive diverse linee di prodotto che spaziano dai complementi d’arredo, al ricamo e la sartoria. Ogni collezione si avvale della collaborazione di un team di esperti, all’interno dei diversi atelier lavorano assieme designer, richiedenti d'asilo, rifugiati, fotografi, insegnanti, giornalisti, pensionati e volontari che a vario titolo partecipano al progetto. Abbiamo creduto importante che il gruppo di lavoro fosse accompagnato da dei professionisti per creare un contesto a metà tra formazione professionale e attività pratica di laboratorio, consentendo ai beneficiari di sviluppare al meglio le loro abilità. 3. Avete prove sull’impatto sociale generato attraverso il laboratorio? È in corso uno studio sull’impatto sociale del progetto, di cui è referente Lauren Mc Carthy, studente della Victoria University (Australia) che sta completando un tirocinio in atelier con noi. Con l’arrivo dell’emergenza sanitaria a seguito della pandemia da Covid-19 Lauren è stata richiamata in Australia. La sua ricerca è quasi conclusa e a breve pubblicheremo i risultati sulla piattaforma “Arte Util”, grazie alla collaborazione della curatrice e teorica dell’arte Alessandra Saviotti che, assieme all’artista cubana Tania Bruguera, ha dato il via al progetto. 4. Quali sono gli ostacoli che avete incontrato finora? Nei primi anni di attività Talking Hands si è modellato in funzione delle esigenze via emerse. Il progetto nasce con l’intento di sottrarre dall’inattività almeno una parte delle persone presenti negli “hot spot” attraverso un percorso d’inclusione sociale, di rafforzamento e capacitazione. I beneficiari, in una prima fase, erano composti principalmente da richiedenti d'asilo ospitati all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinaria. Oggi la situazione è cambiata e la maggior parte di chi frequenta l'atelier è fuori dal programma di protezione internazionale o per lo scadere dei termini previsti dall’attuale legislazione in materia di diritto d’asilo o per l’ottenimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria. Il design e le comunicazioni visive si sono rivelati fin dall’inizio un potente mezzo espressivo per la condivisione di saperi e per la costruzione di un percorso comune di formazione. Tutto ciò andava però supportato con azioni più specificatamente dirette ai bisogni dei partecipanti. Il progetto si è quindi arricchito in senso mutualistico con risposte immediate a problematiche quali la penuria alimentare, l'accesso all'istruzione, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza legale e ad un supporto di orientamento giuridico. Con questi sviluppi il design è divenuto elemento caratterizzante all’interno di una rete di solidarietà territoriale, dove il dialogo e la collaborazione tra una pluralità di attori impegnati sul fronte dell'accoglienza, dà pari diritti e dignità ai partecipanti. 5. Com’è nato l’idea di rispondere alle esigenze attuali ovvero quello di passare da una collezione di abiti a mascherine protettive? Il progetto si è sempre dovuto adattare e modellare alle diverse esigenze emerse, che spaziano dalle piccole emergenze quotidiane a cui devono far fronte i richiedenti d'asilo e rifugiati nel nostro paese, al dare delle risposte efficaci attraverso le discipline di progetto a problematiche specifiche. Quando è iniziata questa emergenza sanitaria abbiamo rilevato che le supply chain che costituiscono lo scheletro logistico e infrastrutturale della globalizzazione sembrano oggi essere in buona misura bloccate, le mascherine erano e sono ancora oggi introvabili e soggette a speculazioni. Ci siamo informati e, grazie alla collaborazione di un medico, abbiamo realizzato un template per costruire una mascherina protettiva fai-da-te; si tratta di una mascherina non per uso professionale ma per i brevi spostamenti in città a cui abbiamo voluto comunque dare un carattere più gioioso, ottimistico, attraverso l’uso esterno dei tessuti Wax, tessuti di cotone che vengono stampati con una tecnica di stampa a riserva e l’uso della cera che attribuisce al tessuto delle buone caratteristiche e una certa impermeabilità.


6. Che contribuito ritenete di poter dare alla società in questo momento di emergenza?

Se qualcosa di positivo è emerso da questa terribile pandemia è la necessità di uscire da quell’idea politica della paura, perché come è evidente a tutti il virus non rispetta le frontiere. È nostra convinzione che si debba ripartire da quella cura degli altri, dal prendere coscienza che da situazioni come questa se ne esce solamente tutti assieme e qui emerge il ruolo fondamentale della comunità, un concetto particolarmente caro a un “community work” come Talking Hands. I sorrisi che molti ricominciano a scambiarsi per la strada, la musica dai balconi, la solidarietà da cui sono oggetto medici e paramedici ma in generale anche i lavoratori che scioperano per difendere la sicurezza delle proprie condizioni di lavoro sono un segnale che qualcosa sta cambiando. Nel nostro piccolo abbiamo deciso di convertire la nostra produzione dell’atelier moda per portare delle mascherine colorate nelle case degli italiani.


Di Bernice Boakye Dufie


*** “Coronavirus e sostenibilità”: articolo n°2***