Anthropocene: l’impronta umana sul pianeta

Visita alla mostra multimediale Anthropocene alla Fondazione MAST di Bologna

Esterno della mostra Anthropocene, Fondazione MAST, Bologna.

Attraverso le sue opere teatrali, il grande drammaturgo Bertolt Brecht perseguiva un obiettivo ben preciso: raggiungere il massimo grado di consapevolezza e capacità critica degli spettatori. Per perseguire questo fine, Brecht utilizzava il cosiddetto effetto di straniamento, strumento del teatro che non trasmette semplici conoscenze o certezze ma consente di porre problemi, questioni e dubbi allo scopo di far scaturire una partecipazione attiva degli spettatori dell’opera.

Al pari di Brecht, anche i tre grandi artisti artefici della mostra Anthropocene - Edward Burtynsky (fotografo), Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier (entrambi registi) - permettono a ciascun visitatore/spettatore di formulare una propria opinione, un pensiero critico, rendendolo consapevole senza essere soggetto a giudizio alcuno.

Anthropocene è un progetto multimediale che testimonia l’indelebile impronta umana sulla Terra. Attraverso fotografie, video, film, murales e installazioni in realtà aumentata, la mostra si snoda come un lungo viaggio intorno al mondo mostrando al visitatore i segni irreversibili prodotti dall’attività umana sul pianeta, dalle vasche di evaporazione del litio nel deserto cileno di Atacama alle grandi cave di marmo di Carrara.

Il titolo della mostra viene preso in prestito dal mondo scientifico dove con il termine Antropocene viene identificata l’attuale epoca geologica, nel quale l’essere umano è la causa primaria di un cambiamento permanente del pianeta (definizione apparsa per la prima volta in V. Shantser, The Anthropogenic System (Period) del 1973 e diffusa poi ufficialmente dal biologo Eugene F. Stoermer e dal chimico premio Nobel P. Crutzen nel 2000). Il progetto artistico, infatti, si basa sulle evidenze raccolte da un gruppo di geologi e scienziati, l’Anthropocene Working Group, che dimostra come attualmente l’essere umano provochi nella struttura del sistema terrestre più cambiamenti di tutti i processi naturali sommati tra loro.

Edward Burtynsky, Serre, El Ejido, Spagna meridionale, 2010. Serre di plastica per la coltivazione di ortaggi freschi che vanno ad alimentare i mercati delle maggiori città europee. La manodopera è costituita quasi esclusivamente da immigrati africani che lavorano in condizioni disumane. La produzione agricola intensiva minaccia anche la locale falda di acqua fossile Sorbas-Tabernas, una risorsa non rinnovabile che rischia di esaurirsi completamente. Queste serre rappresentano il risvolto negativo dell’aumento della domanda di cibi sani e a buon mercato.

Le immagini che vengono mostrate e i filmati che vengono proiettati raccontano di un impatto così imponente e diffuso da non avere precedenti nella storia del pianeta; l’uomo è infatti diventato la singola forza determinante sul pianeta. I paesaggi presentati lungo tutto il percorso espositivo sono paesaggi profondamente trasformati, in cui le risorse naturali sono sfruttate all’estremo.

Edward Burtynsky, Dandora Landfill, Plastics Recycling, Nairobi, Kenya, 2016. Si tratta della discarica a cielo aperto più grande dell’Africa, in cui dall’inizio degli anni Ottanta, iniziarono a confluire i rifiuti della capitale del Kenya. L’imponente flusso di rifiuti, circa 2.000 tonnellate al giorno, non si è fermato nemmeno quando la discarica venne dichiarata al limite della sua capienza nei primi anni 2000. All’interno della discarica lavorano circa 6.000 bambini che per circa 50 centesimi di euro al giorno, separando gli scarti dal materiale ancora riciclabile e vendibile. L’attività di riciclo è fatta a mano in un luogo dove i rifiuti vengono bruciati producendo diossina.

In conclusione, questo percorso artistico evoca un’idea di umanità che non è più parte integrante della natura ma, al contrario, è distaccata da essa sino a trasformarla radicalmente e ad alterarne gli ecosistemi. Anthropocene ci pone inevitabilmente davanti a grandi sfide come il cambiamento climatico, il problema dei rifiuti e la perdita di biodiversità ma attraverso una visione totalmente nuova, lontana dalle banalizzazioni e dal sensazionalismo a cui l’informazione e i media ci hanno ormai abituato su tali temi.

La mostra è visitabile, gratuitamente, alla Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna fino al 5 gennaio 2020.


di Maria Giovanna Della Volpe