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Conservazione naturale e popoli indigeni, alleati o nemici?

Capitale umano e capitale naturale, sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale, uomo e natura. Due pilastri fondamentali della vita sulla Terra che devono coesistere in armonia. Promuovere un modello di sviluppo fondato sul rispetto degli ecosistemi è uno degli obiettivi più importanti per la salvaguardia del Pianeta.

In quest’ottica l’ONU[1] ha lanciato la campagna per arrivare nel 2030 ad avere il 30% della superficie terreste protetta dal punto di vista ambientale, aumentando la quota di parchi, aree naturali e marine tutelate. Il cosiddetto target 30x30 (30% di aree protette entro il 2030) per salvaguardare la biodiversità e combattere i cambiamenti climatici.

Tuttavia, l’annuncio della campagna ha scatenato una valanga di proteste sul tema: c’è chi vede i popoli originari come parte dell’ecosistema e propone soluzioni alternative. Our land our nature[2] è il congresso promosso da Survival International, l’associazione internazionale che promuove le battaglie a favore dei popoli originari di diversi continenti, e da anni denuncia le politiche di conservazione dell’ambiente naturale. Secondo Survival International, in diversi casi, queste pratiche hanno causato soprusi, ingiustizie, persecuzioni e persino lutti proprio nei confronti dei popoli indigeni.



Fonte: Press kit Our Land Our Nature

Due visioni distanti ma che sembrano puntare allo stesso obiettivo: la lotta al cambiamento climatico e la salvaguardia della biodiversità. Un altro dato importante è che, ad oggi, i popoli indigeni proteggono già l’80% della biodiversità del Pianeta, principalmente nel Sud del mondo, in Africa, Asia e Sud America. Inoltre, vari studi hanno dimostrato che le aree affidate alla gestione degli indigeni sono le meno deforestate. Per la Rights and resources initiative (Rri) i costi per garantire i diritti dei nativi sulle terre, sono molto al di sotto della somma richiesta per creare e mantenere un parco naturale[3].

I popoli indigeni svolgono la funzione di “migliori custodi della natura”, come ha detto anche Papa Francesco[4], perché vivono i territori che li ospitano custodendoli da millenni. Qui cacciano, allevano o coltivano in equilibrio con l’ecosistema naturale.



Fonte Foto di Luca Goerg, dalla mostra Amazonia di Sebastião Salgado, Museo MAXXI, Roma 2022

Riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni e metterli al centro della conservazione e delle azioni per il clima è un modo efficace di combattere la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici. Molte policy e dichiarazioni riconoscono già tutto questo ma, nella pratica, ciò non sempre accade. Soprattutto nei paesi in cui vige un sistema dittatoriale. Qui, infatti, con la scusa della conservazione naturale, vengono perpetuati atti illeciti senza rispettare i Diritti Umani.

Si tratta di un dibattito caldo, intorno a cui si giocano interessi importanti. Ma non dimentichiamoci che l’interesse più importante è il futuro della Terra. Trovare una soluzione in cui si possa salvaguardare l’interesse di tutti, rispettando sia Diritti Umani che salvaguardia del capitale naturale, è fondamentale.


Di Luca Goerg



[1] https://www.cbd.int/article/draft-1-global-biodiversity-framework [2] https://it.ourlandournature.org/ [3] https://www.avvenire.it/mondo/pagine/cop15-apertura [4] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/03/29/0262/00530.html