• CSRnative

Oltre le parole: comunicazione ai tempi del COVID-19

La comunicazione negli ultimi decenni ha assunto un ruolo sempre più importante, vivendo in particolare una crescita esponenziale nell’era digitale. Solamente nell’ultimo mese infatti siamo stati spettatori di come le aziende abbiano provato con vari gesti di solidarietà e messaggi rassicuranti, a dare il proprio contributo in questa fase di emergenza sanitaria.


Secondo la sentiment analysis sulle conversazioni online realizzata da Expert System and Sociometrica, le emozioni che la maggioranza del popolo italiano sta provando esprimono tristezza, ansia e paura, sicuramente in ragione delle restrizioni e di una nuova recessione economica. I sentimenti negativi, molto prevalenti nelle settimane iniziali della pandemia, sono proseguiti fino a recente periodo (metà aprile), ricoprendo valori vicini al 50% del totale delle conversazioni. Non ci si stupisce quindi che le aziende stiano tentando di rassicurarci: “siamo qui con voi”, “non siete soli”. Ciò che tuttavia sorprende è la maniera in cui i brand lo fanno: tutti nello stesso modo. Esemplare è la trovata di allontanare le componenti del proprio logo per simbolizzare il distanziamento sociale. Lanciata da un brand e poi copiata praticamente da tutti. Altro esempio lampante quello degli spot pubblicitari: con le frasi, le musiche e i video di repertorio che sembrano seguire un copione già scritto e riutilizzato molteplici volte. Il video “Every Covid-19 Commercial is Exactly the Same”, ad esempio, esplora tali dinamiche. E il problema è che alla fin fine, dopo che il messaggio è stato ripetuto così tante volte, non ci si ricorda nemmeno più chi abbia comunicato cosa.

Se è vero che le parole non sono riuscite a veicolare la forza del messaggio, ciò che senza alcun dubbio ha lasciato il segno nell’opinione collettiva sono state le azioni concrete. La pandemia si è rivelata il miglior momento per le aziende di riscoprire i loro core values. Un esempio degno di nota è quello di Bending Spoons, compagnia danese con sede a Milano, che, pensando alla fase di ritorno alla normalità, ha creato l’app di tracciamento volontario Immuni. Così facendo è andata a toccare in modo efficace una delle paure più grandi dei cittadini: l’infezione tra le persone che ci circondano. Come nel loro manifesto si legge, “Our Work Matters” (“Il Nostro Lavoro fa la Differenza”), in questo valore credono per davvero. Altra storia è quella di Audible, azienda statunitense dedicata al mercato audio e dei podcasts, che regala iscrizioni alla piattaforma per la durata del periodo di quarantena, dando senso al principio al quale si sono sempre ispirati: “we work shoulder to shoulder to enhance the lives of our customers” (“lavoriamo gomito a gomito per migliorare le vite dei nostri consumatori”). Infine il Gruppo Armani, che ha riconvertito la sua produzione in vestiario medicale, dando così valore alle parole del suo fondatore: “È una questione di etica prima ancora che di strategia”. Nessuna delle tre aziende ha dovuto ricordarci quali fossero i propri valori; le loro azioni hanno parlato da sole.

La pandemia ha messo in luce due aspetti apparentemente trascurati: in primis, che comunicare è lecito, ma la comunicazione non può trascendere da azioni concrete che realmente rispondano alle necessità esistenti; in secondo luogo, che ciascuna realtà aziendale è in grado di apportare un contributo di valore, quando e se ha la volontà di farlo.

Di Isa Contador


*** “Coronavirus e sostenibilità”: articolo n°5***

Fonti: